Prima settimana: è tempo di stare a casa. Film e serie tv viste, o riviste, sulle piattaforme streaming

È tempo di stare a casa, è tempo di proteggere e proteggerci, è tempo della responsabilità e del sacrificio (minimo e impalpabile rispetto a chi sta in trincea e quotidianamente, h24, rischia la propria vita per salvare quella dei malati che questa epidemia costringe negli ospedali). Allora, occorre inventarsi o reinventarsi tecniche di sopravvivenza quotidiana all’interno delle mura domestiche. Occorre tramutare la noia in conoscenza e partecipazione, in condivisione di momenti costruttivi e di speranza, che ci aiutino a superare il difficile momento contingente, magari arricchendo il nostro bagaglio culturale e di esperienze. E quale modo migliore per noi appassionati di cinema e bulimici fruitori dell’ entertainment per immagini e suoni se non dedicarci alle visioni di classici del cinema ma anche alla nuova frontiera dell’intrattenimento rappresentata dalle serie televisive e dalle piattaforme delle pay per view?

Allora, iniziamo, per rispetto e per orgoglio nazionalista con “C’eravamo tanto amati”, di Ettore Scola. Visto il 15 marzo dalla piattaforma on demand di SKY.

C'eravamo tanto amati, 1974 
Regia: Ettore Scola
Interpreti: Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores, Giovanna Ralli,  Aldo Fabrizi.
Soggetto e sceneggiatura: Age & Scarpelli, Ettore Scola.

È la storia di tre ex partigiani che finita la guerra, ciascuno prosegue la propria strada di vita. Antonio (Nino Manfredi) è un infermiere di un grande ospedale romano. Fedele alle proprie convinzioni, non abiurerà al proprio credo politico, pagandone il prezzo in termini di carriera ed avanzamenti economici. Nicola Palumbo (Stefano Satta Flores), è un professore di lettere di Nocera Inferiore, paese che lascerà per recarsi a Roma, abbandonando la famiglia, per tentare la carriera di scrittore per il cinema. Gianni Perego (Vittorio Gassman) è un avvocato lombardo, anche lui emigrato a Roma per ragioni di lavoro, dove diventerà il legale di un palazzinaro romano, corrotto e corruttore, di cui sposerà la figlia (Giovanni Ralli). Luciana Zanon (Stefania Sandrelli) è invece una ragazza friulana (“di Trasaghis, vicino Peonis”), approdata a Roma, anche lei con la speranza di fare fortuna nel cinema. Le vicende dei cinque personaggi si intrecciano e si avviluppano, allontanandosi per poi rincontrarsi in un alternarsi di scontri e confronti, abbracci e pugni, che attraversano la storia del Paese dalla liberazione fino agli inizi degli anni ‘70. Un film gigante, didascalico come molti dei film del regista irpino e romano di adozione, istruttivo e commovente, con alcune scene da antologia come la partecipazione al quiz televisivo “Lascia e raddoppia” da parte di Nicola o la scena in cui Gianni si finge parcheggiatore a Piazza del Popolo, per  non far scoprire ai suoi amici di essere diventato ricco e borghese. Il film è anche un omaggio al cinema italiano del dopoguerra. Vengono citati Rossellini, Fellini e Mastroianni (che appaiono interpretando sè stessi durante le riprese de “La dolce vita”) e soprattutto De Sica (anche lui nel film ad interpretare sè stesso), e a cui il film è dedicato, essendo scomparso l’anno stesso dell’uscita del film nelle sale italiane.  Un film con un cast eccezionale, impensabile vedere in una produzione italiana di oggi, tanti attori così bravi e così diversi e peculiari. Impensabile trovare un attore dalla statura come quella di Aldo Fabrizi; l’attore romano è unico nel coniugare dramma e paradosso, cinismo e grottesco, senza scadere nella macchietta e nella goffaggine. Il suo personaggio è l’Italia del malaffare e del potere ingordo e vorace; Fabrizi la disegna con ferocia e una tinta di beffarda autocommiserazione. Indimenticabile prova, la sua. Ai margini della storia, c’è un motivetto che ritorna dalle prime scene, fino alle ultime. È una canzone partigiana che così recita: “Eravam tutti pronti a morire/ma della morte noi mai parlavam/parlavamo del futuro/se il destino ci allontana/il ricordo di quei giorni/sempre uniti ci terrà”. Una canzone della resistenza, in tempi di resistenza.

Visto il 16 marzo dalla piattaforma on demand di SKY
Scarface, 1983
Regia: Brian De Palma
Interpreti: Al Pacino, Steven Bauer, Michelle Pfeiffer, Robert Loggia, Mary Elizabeth Mastrantonio, F. Murray Abraham.
Soggetto: Howard Hawks, Ben Hecht, Armitage Trail
Sceneggiatura: Oliver Stone

Metti insieme tre nomi come quelli di Brian De Palma, Howard Hawks e Oliver Stone e il risultato non può che essere un film che è entrato di diritto e prepotentemente nella hall of fame del cinema di tutti i tempi. Al Pacino veste i panni di Tony Montana, rifugiato cubano che fa la fortuna nella malavita organizzata di Miami, dopo aver disegnato, con Il Padrino, il personaggio di Michael  Corleone, anche lui mafioso ed esponente della criminalità organizzata, con colori completamente opposti. Se Tony è esagerato, eccessivo, rumoroso, spaccone, Michael è riservato, silenzioso, misurato, per certi versi umil,e compresso com’è nel suo ruolo di capo di una delle più grandi famiglie mafiose d’America. Eppure, entrambi sono accomunati da una spietatezza non comune, dalla insopprimibile fermezza nel raggiungere l’obiettivo, da un ego che non consente abdicazioni dal proprio ruolo di dominus. (Entrambi i personaggi, poi, curiosamente, fanno fuori i rispettivi cognati…).
De Palma, volutamente, esagera negli stilemi del film di genere, restituendoci un personaggio, dalla statura shakespeariana, e costruendo scene e sequenze che rimangono ben fisse nell’immaginario dello spettatore, come il mafioso con la sega elettrica (in “Omicidio a luci rosse”, uscito l’anno successivo, il protagonista sarà un trapano elettrico…) o la lunga scena del delirio di onnipotenza di  Tony Montana immerso in una grande vasca, coperto di schiuma, al centro di una sfarzosa quanto kitsch sala da bagno; accanto a lui una Michelle Pfeiffer avvenente come non mai e quel Murray Abraham che l’anno dopo avrebbe dato corpo e voce al personaggio di Salieri nell’Amadeus di Milos Forman con il quale vinse l’Oscar come miglior interprete maschile. Film, come detto, volutamente esagerato (la parola "fuck", contando anche le parole simili come fucking, fucked, fucker, motherfucker, viene ripetuta 229 volte), ricco di legende (si dice, ad esempio, che Al Pacino continuasse a parlare spagnolo anche fuori dal set per meglio entrare nel personaggio, o che Saddam Hussein abbia chiamato la sua società internazionale con cui riciclava i soldi provenienti dalle sue imprese proprio Montana Management, ispirandosi al film) e che si raccoglie, emblematicamente, in quella frase che campeggia sul mappamondo sulla statua dorata della piscina nell'androne principale della villa di Tony con la scritta “The World is Yours”.

Hunters, serie TV 
Stagione 1 Episodi 10 
Anno 2020
Piattaforma: Amazon Prime 
Protagonista della serie TV, prodotta e molto pubblicizzata da Amazon Prime è proprio Al Pacino.
Qui nei panni di un ex sopravvissuto dei campi di concentramento nazisti, che fatta fortuna in America, organizza una squadra di cacciatori di ex nazisti rifugiatisi sotto falsi nomi, nel mondo. L’ambientazione è anni ’70, e l’atmosfera ondeggia tra complotti internazionali, storie alla A-Team senza disdegnare un pizzico di splatter fantasy che francamente svilisce l’opera che non trova una sua precisa collocazione di genere. Protagonista, oltre al personaggio di Al Pacino ( Meyer Offerman) è un ragazzo, Jonah Heidelbaum (interpretato da Logan Lerman), nipote di un’altra sopravvissuta e che incarna i dubbi morali di chi da vittima è diventato carnefice. Forse, si sarebbe potuto fare di meglio, con un occhio più attento alla storia e meno ad una macabra immaginazione.

Godless, serie TV 
Miniserie  Episodi 7
Anno 2017
Regia:  Scott Frank
Piattaforma: Netflix 
Scritto e diretto da Scott Franck (già sceneggiatore di titoli come “Malice”, “Get Shorty, “Minority Report”) e prodotto da Steven Soderbergh, “Godless” è probabilmente la miglior (mini) serie televisiva western mai realizzata. Frank utilizza sapientemente tutti gli stilemi del genere e grazie anche ad una fotografia limpida e che evidenzia le profondità di campo, realizza un prodotto di altissima qualità. Il Montana fa da sfondo alla storia di un crudelissimo fuorilegge (Frank Griffin) alla ricerca del  suo figlio adottivo che lo ha tradito, rifugiandosi in un paese dove vivono le tante vedove di minatori deceduti in disastro minerario, protette da uno sceriffo onesto, quanto debole a causa di una cecità incipiente. Tutti ingredienti per un mix esplosivo in cui i conflitti, padri e figli, maschi e femmine, buoni e cattivi, bianchi e neri, sono pronti a detonare nell’immancabile bagno di sangue accompagnati da spari di  pistole e fucili tonanti. Il tutto sorretto da una sceneggiatura poderosa che ha nei dialoghi e nelle relazioni tra i personaggi, una forte e solida base. Tra gli attori la Michelle Dockery di “Downton Abbey (era Lady Mary) e Jeff Daniels nei panni del cattivissimo Griffin, ruolo con cui nel 2018 vince un Emmy quale  Miglior attore non protagonista in una miniserie. 

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