Conosciamo la Redazione: i "C Factor" del 2016 secondo Daniele Sesti

C(inema)  Factor 2016.

Non un vincitore ma 4: divertiamoci a creare 4 gironi o sezioni nel quale andiamo ad inserire 16 film usciti nelle sale italiane nel 2016 accomunandoli, arbitrariamente, secondo generi e caratteristiche. Tanto è un gioco….

Girone A
Xavier Dolan -  E' Solo La Fine Del Mondo
László Nemes - Il figlio di Saul
Martin Zandvliet - Land of Mine
Cristian Mungiu - Un padre, una figlia
Girone tostissimo questo; il selezionatore si è divertito ad inserire in questo gruppo tutti film cosiddetti d’autore. Il contenuto prevale sulla forma, la forma si fa contenuto e tutte queste belle proposizioni che portano spesso, purtroppo però, il grande pubblico a disertare le sale verso altri lidi più ameni e meno impegnativi. Un rumeno, un ungherese, un danese un canadese: non è una barzelletta ma è la quaterna che compone questo girone dove la mano del regista si percepisce limpida e reale dalla prima all’ ultima inquadratura, dai titoli di testa all’ultimo dei titoli di coda. La famiglia per Mungiu e Dolan, la storia recente dello scorso secolo per Nemes e Zandvliet, sono lo sfondo sul quale raccontano storie dolorose tutte, che scuotono le coscienze di chi vi assiste. Nemes ci porta nell’inferno claustrofobico di un campo di concentramento; rumori, clangori, fumi sono quello che percepisce il pubblico, tra di essi e in mezzo ad essi si muove Saul, come un’anima del purgatorio, nel tentativo di portar via il corpo nel quale gli sembra di riconoscere il figlio.  Grande senso della pietà da parte di Nemes, che sfoca le inquadrature più raccapriccianti racchiudendo il tutto in ostinati primi piani che al massimo si allargano in piani americani. Stesso stile di tecnica adottato dall’enfant prodige Xavier Dolan. Il regista canadese – dopo il travolgente successo di “Mommy” torna alle tematiche delle relazioni familiari, faticosissime e dolorosissime, raccontando il ritorno a casa di un figlio in famiglia dopo un volontario ultradecennale esilio in un’altra città. Anche in “E’ solo la fine del mondo” il regista ci costringe ad ostinatissimi ed insistenti primi piani (si scorgono in alcune scene anche le piccole imperfezioni dei volti degli attori); la focale non si apre mai, con la macchina da presa tesa a seguire le più piccole ombre di attori la cui prova è da eccellenza. Dolan dà mostra di saper dirigere i suoi interpreti magistralmente, riuscendo nell’impresa di trasformare quella che rischiava di diventare una noiosa piece teatrale – dal vago accento cecoviano – in un film tesissimo che non stanca mai.

Ben altre sono le inquadrature del regista danese Zandvliet. Grandi ed ampie riprese delle anemiche spiagge danesi per raccontare un episodio realmente accaduto: quello dei soldati tedeschi – ormai solo ragazzi delle ultime leve – impiegati alla fine della seconda guerra mondiale – a sminare le spiagge disseminate di mine sotterrate dall’esercito di Hitler.  Film coraggioso, che stravolge il senso della storia  ufficiale,   dove le vittime sono gli aguzzini e gli aguzzini le vittime, e nel quale il dato umano prevale su quello positivo di un mondo nel quale non sembra esservi spazio per la pietà ed il perdono.

In Romania, invece, e precisamente in una cittadina della Transilvania, Cristian Mungiu , già vincitore della Palma d’Oro nel 2007 con “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”, ambienta una storia familiare, anche lui, che serve da paradigma della cesura tra generazioni che un Paese in trasformazione, come la Romania post comunista, inevitabilmente produce copiose. Il sogno di un padre di vedere la famiglia laureata in qualche prestigioso ateneo del ricco occidente si scontra con la realtà di un Paese nel quale la modernità ancora fatica ad affermarsi e nel quale le vecchie routine del pressapochismo e della corruzione continuano ad avere un ruolo predominante. Crisi di coscienza – nazionali e personali – tra ciò che è giusto e ciò che conviene, sono la cifra contenutistica di un film che Mungiu struttura su una sceneggiatura impeccabile e su dialoghi che con l’incedere del film diventano sempre più significativi, approfondendo le tematiche dell’opera fino alla catartica quanto emblematica scena finale.

Non è facile scegliere un vincitore in questo girone di intellettuali. Per qualsiasi preferenza si opti, sembrerà di fare torto agli altri tre film. Comunque sia, do la palma della vittoria a Dolan (E’ solo la fine del mondo) perché rispetto agli altri si concede momenti di astrazione che lo connotano di una vena poetica che ci regala una versione  più trasfigurata addolcendocene la visione.

Girone B
Tom McCarthy - Il caso Spotlight
Ryan Coogler -  Creed, nato per combattere
Quentin Tarantino - The Hateful Eight
Jim Jarmusch – Paterson
Quattro film fortemente americani per ciò che si racconta e per come lo si racconta. in “Creed, nato per combattere” la nemesi si fa padrona. Il figlio dell’eterno rivale di Rocky si rivolge all’ex pugile per farsi allenare per vincere sul ring. Corsi e ricorsi, generazioni a confronto, con sullo sfondo quei pochi metri quadri delimitati dalle corde, quale metafora del palcoscenico della vita sul quale ogni giorno combattiamo la nostra battaglia quotidiana. Un film serrato e teso, sorprendente se lo consideriamo il sequel del sequel del sequel….

The Heatfull Height” è il trionfo dell’affabulazione. Film più tarantiniano che mai, tanto che sembra quasi una gigantesca autocitazione, autocompiacente di dialoghi e scene che riempiono gli occhi, opera corale dove la parola e l’arringa sono le armi di doppiogiochisti  e truffatori di professione. Troppe parole però, nel freddo di una capanna in mezzo alla vene.

Molte parole, ma scritte soprattutto, quelle di “Il Caso Spotlight” nel quale McCarthy torna al cinema di inchiesta e di denuncia. Un pugno di attori eccezionali a raccontare la storia vera dell’inchiesta dal Boston Globe sullo scandalo della pedofilia nella Chiesa cattolica. Un film duro, teso, serratissimo girato come un documentario ma con la passione di un romanzo, costruito con la nervatura di un film d’annata, si esce dalla sala con la consapevolezza che il cinema è ancora vivo.

Paterson” è la provincia americana per eccellenza di cui Jim Jarmusch  è da sempre un cantore. I suoi personaggi strampalati ed originali sono sempre caratterizzati da una poetica stravaganza a maggior ragione in questo film dove il personaggio che dà il titolo al film, poeta ed autista di bus a Paterson, New Jersey. Un quadro nel quale il regista di “Downbailò” e “Broken Flowers” sguazza dando fondo a tutta la sua creatività e limpida irrazionalità.

Chi vince?  E c’è da chiederlo? Il cinema con C maiuscola: Il caso Spotlight, ovviamente.

Girone C
Charlie Kaufman e Duke Johnson -  Anomalisa
Matt Ross - Captain Fantastic
Gabriele Mainetti – Lo chiamavano Jeeg robot
Byron Howard e Rich Moore - Zootropolis
Nel girone C i film che tentano un volo verso realtà diverse, vuoi perché raccontano vicende singolari e fuori dal comune (vedi “Captain Fantastic” e “Lo chiamavano Jeeg Robot”) vuoi perché con l’ausilio dell’animazione imbocca vie stilistiche e tecniche che travalicano il dato realistico.  A dire il vero con Captain Fantastic, Matto Ross e il suo attore Viggo Mortensen, raccontando la storia di una famiglia molto particolare affronta un problema serio come quello su come educare i propri figli. Se scegliere una strada tranquilla come quella di un’educazione tradizionale ed istituzionale, o, invece, imboccare l’impervia e pericolosa via di metodi alternativi ma non per questo necessariamente efficaci e soprattutto protettivi. Lo fa il regista americano optando per il genere della commedia leggera ed a tratti amara non riuscendo però a distaccarsi da un canone già percorso e soprattutto il finale conciliatorio e consolatorio lascia una spiacevole sensazione di stucchevolezza. Molto più audaci gli altri 3 film, a partire dal cartoon “Anomalisa”, girato in stop motion affronta con angosciosa surrealtà  temi pregnanti come quello dell’essere e dell’apparire, dell’incomunicabilità, dell’omologazione. Pensieri che pesano come macigni, però, su un’opera la cui idea geniale è sepolta da un’estrema autocompiacente concettuosità. Allora, la vittoria in questa sezione se la giocano la coniglietta poliziotta di “Zootropolis” o il supereroe di Tor Bella Monaca. Personaggi entrambi accomunati dalla volontà di affrancarsi da una realtà che sembra destinarli, l’una alla mediocrità, l’altro ad una spirale criminosa senza via d’uscita. Il primo in pieno stile Disney degli anni 2000 – con lo zampino di John Lassiter – è un film che riempie gli occhi di immagini coloratissime e raffinatissime che aggiunge ai prodotti del genere anche un pizzico di thrilling che non guasta. Il secondo è un sorprendente prodotto della cinematografia nostrana che si eleva – per originalità dell’idea e non tanto per la realizzazione in sé per sé – dalla amorfa massa della filmografia nazionale. E’ forse è proprio per questo – coraggio ma anche un pizzico di campanilismo, vista la romanità intrinseca dei personaggi e delle ambientazioni, decreto Jeeg Robot vincitore di questo girone.

Girone D
Kleber Mendonça Filho  - Aquarius
Todd Haynes - Carol
David O. Russell - Joy
Paolo Virzì -  La pazza gioia
Girone al femminile, questo. Tutte storie di donne, tutte affrontate con angolazioni e stili molto differenti. Sei attrici per quattro registi molto differenti tra di loro. Il caustico sguardo di Russel che disegna – in “Joy” -  le relazioni famigliari sempre con colori acidi ed irte di spine nel raccontare la vera storia di Joy Mangano – interpretata da Jennifer Lawrence, l’inventrice del “mocio” per pulire i pavimenti;  l’eleganza di Todd Haines che mette in scena il romanzo di Patricia Highsmith con la raffinatezza che gli è propria, raccontandoci la storia dell’amore tra due donne (Cate Blanchet e Rooney Mara) che le convenzioni dell’epoca (siamo negli anni ‘50) trasformeranno in un rapporto amaro e ferito da ripianti e risentimenti; l’amarezza disincantata del toscano Virzì alle prese con due spiriti liberi, ai margini della società cosiddetta normale, la cui “pazza gioia” è raccontata rappresentandola in una sorta di viaggio on the road per le spiagge ed i lidi della Versilia, dove all’ombra delle finte palme si muovono come fantasmi i personaggi interpretati da Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti; come un fantasma a tutti gli effetti è l’eterea presenza di Sonia Braga in “Aquarius”, spirito combattente ed ostinato contro la  modernità – o quel che di deleterio vi è nella modernità – il tutto ripreso in un vuoto condominio di Recife, dove le diverse anime di un Paese in continua, disordinata, crescita, simbolicamente si scontrano, ognuna con una propria urgenza.  

E’ Haines  (Carol) a vincere questo girone muliebre. L’eleganza del tocco, la cura degli ambienti e dei costumi, il sapore un po’ retrò della sua cinematografia, ed anche la bravura delle attrici, hanno la meglio su un film frizzante come “Joy”, naif come “La pazza gioia”,  misterioso come “Aquarius”.

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