Schindler e i suoi fratelli

Definirlo un genere è probabilmente esagerato – ed anche non opportuno – ma certamente, la cinematografia sull’Olocausto può, a ragione, essere incasellata in un filone che annovera titoli importanti – alcuni di questi hanno fatto la storia del cinema – realizzati da grandi artisti della settima arte.

Il film di riferimento non può non essere  Schindler's List, di Steven Spielberg. Realizzato nel 1993 dal regista americano di origine ebrea,  oltre ad essere un gioiello di stile, e magnificamente recitato da Liam Neeson, Ben Kingsley e Ralph Fiennes, è l’opera più completa sull’argomento affrontando, raccontando la storia vera di Oskar Schindler che salvò migliaia di ebrei dai campi di concentramento, sia l’aspetto storico/sociale  del nazismo che quello psicologico all’interno di un campo di concentramento (i rapporti carnefice/vittima, le complesse ed inesplicabili relazioni fra di essi). Il finale del film, con le immagini degli ebrei di oggi salvati da Schindler, che rendono omaggio  alla sua tomba, è tra i più commoventi della storia del cinema.

Analizzando gli altri film sull’argomento si possono individuare delle tematiche prevalenti che caratterizzano le varie opere.

Nei campi di concentramento: opere come  Il bambino con il pigiama a righe (2008) che racconta dell’impossibile amicizia tra un bambino ebreo e il figlio di un ufficiale nazista a comando del campo di concentramento; ancora un bambino è protagonista di Jona che visse nella balena (1993), film di Roberto Faenza che ha come protagonista il piccolo Jona di 4 anni e le sue vicissitudini nel campo di Bergen-Belsen insieme alla sua famiglia. Di Gillo Pontecorvo è Kapò del 1959. Sceneggiato assieme a Franco Solinas (racconta una storia di amore, tradimento e redenzione), e candidato agli Oscar come miglior film straniero, il film fu oggetto di accese controversie e critiche. In particolare, è rimasta storica la querelle intentata dal critico e regista francese Jacques Rivette, che definì "abiezione" la carrellata in avanti che in cui vediamo Emmanuelle Riva suicidarsi gettandosi sui fili elettrici del campo, accusando il regista di aver voluto in questo modo rendere spettacolare la morte (Serge Daney riprende l’argomento in “Lo sguardo Ostinato”). Bent, film del 1997 con Clive Owen, Ian McKellen, Jude Law e addirittura Mick Jagger, accomuna invece diverse discriminazioni: la storia  di un amicizia tra un ebreo ed un gay nata a Dachau, un’occasione per raccontare l'olocausto degli omosessuali. Il Figlio di Saul, in questi giorni nelle sale, appartiene senz’altro a questa categoria, raccontando di un ebreo, che fa parte dei Sonderkommando, i gruppi di Ebrei costretti dai nazisti ad assisterli nello sterminio degli altri prigionieri, che crede di riconoscere, tra i corpi ammassati, quello del proprio figlio.

In fuga dai rastrellamenti: i film più angoscianti, quelli dove un rumore può fare la differenza, quelli dei traditori e dei venduti, quelli di chi non ha voluto o saputo vedere. Tra queste opere spicca Arrivederci Ragazzi (1987) di Louis Malle. Leone d'Oro alla 65ª Mostra di Venezia, il regista francese si ispira ad un suo ricordo di scuola ed ambienta la storia in un collegio dove si nascondono alcuni bambini ebrei; Il diario di Anna Frank (1959): la storia di Anna, tragicamente nota in tutto il mondo, e del periodo vissuto nascosta assieme alla sua famiglia in una soffitta di Amsterdam, prima di essere scoperti dai nazisti; Il Pianista (2002) pluripremiato film di Roman Polanski - tratto dal romanzo autobiografico del musicista polacco Wladyslaw Szpilman – è la storia della sua fuga dalla deportazione e della sua sopravvivenza fino all’arrivo dei russi a Varsavia: le immagini della città devastata dalla guerra e sommersa dalla neve, sono tra le più forti e potenti del regista  polacco; Amen, invece, opera del 2002 di Costa-Gravas, ha un taglio decisamente più politico: i rapporti controversi, e mai chiariti, tra Chiesa cattolica e Nazismo, uno scontro tra gerarchie cattoliche e preti da trincea.

Il ricordo e la memoria: a questa categoria appartengono i film più psicologicamente controversi dove la necessità di dimenticare si scontra con l’esigenza di rinnovare la memoria delle atrocità subite o testimoniate, dove il ricordo di una parola non detta o di un gesto non compiuto rimane indelebile nelle coscienze dei sopravvissuti. Molti i film che potremmo annoverare in questa categoria. Da L'uomo del banco dei pegni (1964) di Sidney Lumet , la storia di un insegnante ebreo (Orso d'argento per il miglior attore a Rod Steiger) scampato all’Olocausto, che nel condurre la sua nuova attività a New York, si chiude in una sorta di impermeabile distacco dal mondo, apparentemente indifferente nei confronti della variegata umanità che lo circonda, a La scelta di Sophie (Alan J. Pakula – 1982),  il dramma di una madre (Meryl Streep) costretta a fare una terribile scelta, il tutto filtrato dai ricordi e dai rimorsi; da L’allievo – 1998- (dall’accoppiata Bryan Singer e Stephen King, autore del soggetto) racconto di attrazione/repulsione tra un ex criminale nazista ed un brillante studente americano, a The Reader, film del 2008 di Stephen Daldry dove le verità storiche si confondono sullo sfondo di ragioni intime e personali; o film come La chiave di Sara (2010) , Rosenstrasse (2003) e Hannah Arendt (2012) , questi ultimi due di Margarethe Von Trotta, opere nelle quali sono coloro che non hanno vissuto il martirio ad indagarne le ragioni e a svelarne le storie ed i particolari più terribili. E prossimamente in uscita, ben tre film da poter annoverare in questa categoira: Remember di Atom Egoyan, la vendetta, settant’anni  dopo, di due anziani ebrei superstiti nei confronti del loro aguzzino di allora; Il Labirinto del Silenzio di Giulio Ricciarelli, ambientato alla fine degli '50,   la storia di un procuratore che indaga su una cospirazione di massa messa in atto per coprire i passati oscuri e la connivenza con il regime nazista di importanti personaggi pubblici; TheEichmannShow per la regia di Paul Andrew Williams, che racconta il "dietro le quinte" della trasmissione televisiva del processo al criminale nazista Adolf Eichmann da parte delle autorità di Israele dopo la sua cattura in Argentina nel 1961.

La scelta tragicomica: si può scherzare anche sull’Olocausto? si può tentare una via che attraverso gli stilemi della commedia, affronti uno degli momenti più abietti della storia dell’umanità? A giudicare dai tre film che ci hanno provato, direi di sì. Escono dal 1997 al 1999 e raccontano di come anche nelle più spaventose e terrificanti delle situazioni l’uomo provi ad esorcizzare l’orrore che lo circonda; parliamo  di La Vita è bella (1997) di Roberto Benigni, Train de vie - Un treno per vivere (1998) del rumeno Radu Mihaileanu e di Jacob il bugiardo (1999) dell’ungherese Peter Kassovitz.