Spielberg e il Natale che non c'è.

Il regista dei buoni sentimenti per eccellenza (“buoni sentimenti” nel senso positivo dell'espressione, a rappresentazione dei sani principi di onestà, probità, affidabilità, senso del dovere, integrità morale ecc. ecc.), quello Steven Spielberg di opere politiche e morali come “Il colore Viola”, “Amistad”, “Schindler's List”, “Lincoln”, esce nei prossimi giorni con un poderoso film ambientato durante gli anni più freddi della guerra fredda, “Il Ponte delle Spie”. Ci racconta la storia – vera - di un avvocato che, chiamato a difendere d'ufficio  una spia russa arrestata negli USA, finì per organizzarne lo scambio con un soldato americano caduto nelle mani dei sovietici. Accurata rappresentazione di un'epoca, tutto sommato prossima nel tempo alla nostra, dove l'incubo del conflitto nucleare era esperienza tangibile e quotidiana e nella quale il cuore dell'Europa era un coacervo di materiale infiammabile pronto a scoppiare alla più piccola scintilla, nel film, come spesso accade nelle opere del regista americano, si mescolano urgenze private e ragioni pubbliche la cui risoluzione costituisce poi il nocciolo duro della rappresentazione.

Sarà sui grandi schermi, come detto nei prossimi giorni, ed è, probabilmente, uno dei film meno natalizi tra le uscite di questo Natale. Per le atmosfere cupe e pesanti di un futuro che nel mondo a fine anni '50 sembrava incerto se non tragico, pur nello stile edulcorato di Spielberg, dove la violenza è solo accennata e mai spiattellata crudamente  alla visione del pubblico, “Il Ponte delle Spie” ha poco a che fare con i blockbuster dicembrini (“Star Wars”) o con le patinate commedie sciogli sentimenti o, ancor meno, con i panettoni travestiti da pellicola. Ed in effetti,  analizzando la sua vasta e variegata produzione ci si accorge di quanto i temi natalizi non siano rientrati nelle sue realizzazioni. Eppure il papà di “E.T.” , della saga di Indiana Jones, di film aventi un target anche e soprattutto familiare, sembrerebbe avere nelle sue corde la retorica dell'albero di Natale, delle renne e delle slitte. Filone, ad esempio, frequentato dal suo amico e collega Robert  Zemeckis (penso a “Polar Express” e “A Christmas Carol”) con successo e buona prova artistica. Spielberg, sembra tenersi pudicamente lontano dalla tematica, accostandosene raramente e quelle poche volte – significative - con venature malinconiche se non tristi e dolorose. E' il Natale del 1968 quando Frank Abbagnale Jr. (il protagonista di “Prova a prendermi”, Leonardo Di Caprio, è proprio di quegli anni l'inizio della sua collaborazione con Scorsese) viene arrestato dall'agente FBI Hanratty (Tom Hanks) dopo un inseguimento durato anni durante i quali il protagonista tra una truffa e l'altra tornava col ricordo o fisicamente alla sua famiglia, spezzata da una separazione che ne segnò il carattere. E, qualche anno prima in quel film ancora una scena natalizia (neve, luci calde, vischio e sorrisi), ancora un arresto con il protagonista alla finestra ad osservare, solo, questo mondo per lui alieno ed  irraggiungibile. Scorrono  le note  di “Christmas Song” e dietro di lui si scorgono altre luci, quelle di auto della polizia. Lo arrestano, lui si consegna docilmente e chiede all'agente FBI (che sembra essere diventata la sua famiglia, il suo confessore) : “Fammi salire in macchina...”.

Insomma, senza voler trarre conclusioni epocali tali da creare categorie ed etichette – che non avrebbero senso di fronte all'opera di un regista che così tanto ha segnato il cinema degli ultimi trent'anni, - l'impressione che si ricava, è che tra Spielberg ed il Natale permanga un luogo del non detto, in attesa di essere colmato.