Torino Film Festival: Dark River, il dramma “eloquente” di Clio Barnard con un’ottima Ruth Wilson (The Affair)

Alice (Ruth Wilson – regina incontrastata della recente serie di successo The Affair), torna dopo quindici anni nello Yorkshire, nella terra della sua infanzia, luogo bucolico pieno di pecore da curare e intriso di ricordi del passato, legati soprattutto alle figure del padre e del fratello. Tornata in seguito alla morte del padre e per rivendicare in qualche modo i suoi diritti su quella terra, Alice (lavoratrice silenziosa e instancabile conoscitrice della vita in fattoria) troverà nel fratello le piccole complicità di un tempo ma anche le grandi ostilità del presente. Divisi per forza di cose da un’impostazione famigliare su più fronti malata e fallimentare, i due fratelli riveleranno su quella distesa d’acri di terra un nuovo conflitto da sedare, in virtù di un’eredità pratica e morale con cui fare i conti. Un conflitto che per Alice ha basi lontane, radicate nelle lacrime calde di bambina piante nella solitudine della propria stanza, e nelle memorie logoranti di un passato tremendo che ora muta nelle ombre e nelle proiezioni di un presente ancora troppo oscuro.

My father left me an acre of land…” (Mio padre mi ha lasciato un acro di terra). Prende il via sulle note e parole di questa bellissima, struggente e antica ballata folk, Dark River della regista inglese Clio Barnard. Dramma ante litteram ambientato in una campagna inglese tanto suggestiva quanto desolata (ottimamente ritratta nella splendida fotografia di Adriano Goldman), e in luoghi fatti di animali e brughiere in cui le esistenze che vi albergano sembrano aderire in tutto e per tutto alle regole della natura circostante, anche nei modi, nelle dinamiche, spesso e volentieri brutali. Purezza e orrore che si intrecciano senza scampo.

La regista Clio Barnard (The Selfish Giant, The Arbor) scava con costanza e delicatezza nell’essenza a un tempo fragile ed eroica di Alice (l’ottima Ruth Wilson che qui conferma la capacità di veicolare con la sua aria smarrita eppure partecipe un’emotività profonda), portando a galla il torbido di un passato di abusi che continua a sovrapporsi a un presente ‘malato’ ancora tutto da lenire. I continui salti tra i due frangenti temporali sono dunque funzionali a proiettare lo spettatore nel calvario mentale di Alice, a vivere con Lei il continuo riproporsi di immagini che vorrebbe, suo malgrado, eliminare per sempre dalla Memoria. Ma non si può. Perché il passato non solo tende a ritornare insistente, ma diventa  nel tempo ciò che siamo, incarnando le nostre paure e le nostre inadeguatezze più radicate, così come anche i nostri punti di forza. Una donna in lotta con un mondo duro, per lo più maschile, dove alla battaglia mentale si aggiunge quella fisica, ovvero la necessità reale di non soccombere al più forte.  Dove imparare a usare il tosa pecore o il fucile non è una scelta ma un dovere. Mondi duri dove l’affetto e i legami di sangue spesso non hanno ‘traiettorie’ sane, o convenzionali, ma possono assumere forme assai oscure e violente. Il fiume oscuro di Dark River è infatti e in un certo senso anche quello che scorre nelle vene di Alice, quella forza impetuosa che l’ha travolta bambina e che ora, da grande, ancora non l’abbandona.

Presentato nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival 35, l’opera di Clio Barnard è una ballata malinconica e struggente dal cuore profondamente folk, costruita attorno agli splendidi scenari inglesi, sulle note ipnotiche della ballata che apre il film, e nei due bellissimi protagonisti – ottima Ruth Wilson, e non da meno Mark Stanley. Il loro essere simili nell’aspetto e nella fisicità, vicini nel cuore e agli antipodi nei modi, e uniti da un amore inscindibilmente legato a forme d’odio, racchiude l’essenza di tutte quelle ‘famigliarità’ interrotte, macchiate, dove forse solo un evento tragico, drammatico, può ridestare quel senso di solidarietà e quello slancio d’amore messi loro malgrado a tacere.